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A un’ora di strada da Siena, sul fianco del Monte Amiata, il borgo di Abbadia San Salvatore conserva uno dei complessi monastici medievali meglio preservati della Toscana. L’Abbazia di San Salvatore fu fondata nel 743 e per secoli fu uno dei centri religiosi ed economici più importanti dell’Italia centrale. Ma la sua storia custodisce anche uno dei misteri più affascinanti del Medioevo europeo.

La fondazione del monastero è legata a una leggenda: nel 743 il re longobardo Ratchis era a caccia sulle pendici del Monte Amiata quando ebbe — secondo la tradizione — una visione del Salvatore sulla cima di un abete bianco. In quel punto fece costruire un monastero benedettino che nei secoli successivi sarebbe diventato uno dei centri di potere più importanti della Toscana meridionale. I monaci gestivano terre fino alla Val di Chiana, ospitavano i pellegrini della Via Francigena, curavano malati, tenevano scuole e copiavano manoscritti. Avevano opifici per la lana e officine per il ferro. Il momento di massimo splendore fu tra il X e il XII secolo, quando l’abate Winizzo fece costruire la chiesa romanica con tre absidi che si può ancora visitare oggi.

L’abbazia fu ricostruita intorno al 1035 seguendo lo stile romanico, con una facciata alta e stretta e due campanili, di cui uno rimasto incompiuto. L’aspetto attuale dell’edificio è dovuto anche ai restauri effettuati negli anni Trenta del Novecento dai cistercensi. La vera meraviglia dell’abbazia è la cripta sottostante: con 35 colonne che sorreggono volte basse e pesanti, con capitelli, di cui 24 originali, ognuno diverso dagli altri — arieti, cavalli, figure umane sospese. All’interno della chiesa si possono ammirare un Crocifisso ligneo policromato della fine del XII secolo e due opere seicentesche di Francesco Nasini.

Il viaggio della bibbia amiatina

Ciò che rende misteriosa e nel contempo interessante questa abbazia è anche la leggenda del Codex Amiatinus, la più antica Bibbia latina completa sopravvissuta al mondo, ora conservata nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Pesa più di trenta chili, raggiunge quasi mezzo metro di altezza e racchiude oltre mille pagine di pergamena talmente sottile che, tredici secoli dopo essere stata scritta, lascia ancora passare la luce.  Si tratta probabilmente della copia di un codice della Vulgata nella versione corretta personalmente da San Girolamo, forse il Codex Grandior prodotto nel VI secolo presso il monastero calabro di  Vivarium grazie all’erudito abate Cassiodoro.

Il suo nome è legato indissolubilmente alla montagna toscana. Per capire quale sia il legame con l’Abbazia e l’Amiata, bisogna risalire di millenni la mappa dell’Europa, fino al Northumbria anglosassone, sul Mare del Nord. Nei monasteri gemelli di Wearmouth e Jarrow, un abate di nome Ceolfrid aveva concepito un’impresa ai limiti del possibile: produrre tre copie integrali della Bibbia nella versione latina di San Girolamo. Il progetto era straordinario non solo per l’ambizione intellettuale, ma per le sue implicazioni materiali: per ottenere tremila pagine di pergamena, il monastero dovette allevare circa duemila capi tra pecore e capre. Un’intera economia rurale messa al servizio di un libro. I monaci lavorarono per anni, copiando in uno stile che non era il loro — non il tratto spigoloso tipico degli anglosassoni, ma la grafia rotonda e pulita imparata studiando i codici latini. La copia più bella delle tre sarebbe stata donata a papa Gregorio II. Per il resto è difficile comprendere il confine tra storia e leggenda. Nel 716, Ceolfrid aveva già più di settant’anni e sapeva che non avrebbe fatto ritorno. Partì lo stesso, con il libro caricato su un carro. Attraversò la Manica, risalì la Francia in direzione delle Alpi. Arrivò a Langres, in Borgogna. E lì morì.

Il libro scomparve dalla storia per quasi un secolo. Poi riapparve, senza alcuna spiegazione documentata, nell’Abbazia di San Salvatore sul Monte Amiata. Un inventario del 1036 lo registra come un’antichissima Bibbia ritenuta opera dello stesso papa Gregorio. I monaci che la custodivano non sapevano cosa avevano tra le mani: credevano si trattasse di un manoscritto italiano, e nessuno immaginava che quelle pagine fossero nate su una costa dell’Inghilterra del nord.

L’ipotesi storica più accreditata chiama in causa un abate longobardo di nome Pietro, che nel IX secolo avrebbe portato il codice all’abbazia modificando la nota di dedica per oscurarne la provenienza. Un falso, probabilmente. Ma senza quel falso, forse il libro non sarebbe sopravvissuto. Dopo la soppressione da parte di Leopoldo di Lorena dell’abbazia, ridotta allo stato parrocchiale (fino al 1939 quando i cistercensi ne ripresero le fila), il Codex fu trasferito nel 1786 nella biblioteca medicea laurenziana.

Di Gabriele Benucci

25 Mag, 2026

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