Sul crinale appenninico che separa la Toscana dalla Romagna, due patrimoni convivono nello stesso Parco: le faggete vetuste riconosciute dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e, al Santuario della Verna, una delle più importanti raccolte di terrecotte invetriate dei Della Robbia.
Nel luglio 2017 l’UNESCO ha dato a questo angolo di Appennino il riconoscimento più alto. La Riserva Integrale di Sasso Fratino, insieme alle faggete vetuste che la circondano, è entrata nel sito seriale transnazionale “Antiche e Primordiali Faggete dei Carpazi e di altre regioni d’Europa”. Istituita nel 1959, Sasso Fratino è stata la prima riserva integrale d’Italia: oltre 760 ettari sul versante romagnolo del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, dove la foresta è lasciata alla sola evoluzione naturale e alcuni faggi superano i cinquecento anni. L’accesso alla riserva è interdetto, ma le foreste della zona tampone, incluse anch’esse nel riconoscimento, si esplorano lungo la rete dei sentieri, a partire dalle riserve biogenetiche di Campigna e della Lama.
La storia di queste foreste è intrecciata a quella di Firenze. Nel 1380 il governo della città assegnò all’Opera del Duomo un vasto territorio forestale in Casentino, per garantire al cantiere della cattedrale un rifornimento costante di legname: gli abeti scendevano lungo l’Arno fino in città. Dal 1331 l’Opera era sotto il controllo esclusivo dell’Arte della Lana, la potente corporazione dei lanaioli. È la stessa Arte che, nel corso del Quattrocento, avrebbe sostenuto il santuario della Verna e chiamato quassù Andrea della Robbia.
Sul versante toscano del Parco, a sud delle faggete UNESCO, si estende la foresta monumentale della Verna: circa duecento ettari di abeti bianchi e faggi, con alberi che superano i quaranta metri, luogo di preghiera caro a San Francesco. Al centro, aggrappato a uno sperone di roccia che emerge dagli alberi come la prua di una nave, sorge il santuario dove nel 1224 il Santo ricevette le stimmate, custodito da otto secoli dai Frati Minori.
Un cielo di smalto in cima alla montagna
Ciò che molti visitatori non si aspettano di trovare quassù è una delle più importanti raccolte di terrecotte invetriate robbiane. Che opere di questa qualità, nate nelle botteghe di Firenze, siano state trasportate e montate in un luogo così impervio è di per sé un piccolo prodigio. Accanto all’Arte della Lana, che portò alla Verna Andrea della Robbia, nipote del capostipite Luca, intervennero grandi famiglie fiorentine: fu Tommaso degli Alessandri, ad esempio, a commissionare la Crocifissione del 1481 per la Cappella delle Stimmate.
Il segreto sta nell’invetriatura, la tecnica messa a punto da Luca e tramandata in famiglia: uno smalto vetroso a base di stagno steso sulla terracotta e fissato con la cottura. Il risultato è quel bianco lattiginoso che sembra marmo e quell’azzurro intenso che diventa cielo, ma anche una superficie impermeabile, capace di resistere per secoli al gelo e all’umidità dell’Appennino. Una scelta non solo estetica, dunque, ma quasi ingegneristica.
Dall’Annunciazione alla Madonna della Cintola
Nella Chiesa Maggiore l’Annunciazione colpisce per la sua grazia sospesa, accompagnata dalla Natività e dall’Ascensione. Nella Cappella delle Stimmate, eretta sul luogo del miracolo, la Crocifissione domina lo spazio: quasi sei metri di altezza e 720 pezzi assemblati, l’opera più imponente mai realizzata dall’artista.
Anche l’antica chiesetta di Santa Maria degli Angeli custodisce un capolavoro robbiano del 1488, la Madonna della Cintola.





